OGNI PERCORSO LASCIA UN SEGNO

Se mi avessero chiesto, qualche anno fa, che cosa significasse comunicare con un cane, probabilmente avrei risposto che era saper insegnare. Insegnargli a sedersi, a restare, a venire quando viene chiamato, a comportarsi nel modo giusto. In fondo è quello che ci viene raccontato da sempre: siamo noi a spiegare al cane cosa fare e lui dovrebbe imparare a farlo. Una comunicazione che procede in un’unica direzione, dove una parte parla e l’altra ascolta, una parte chiede e l’altra esegue.

Per molto tempo ho pensato che fosse questo il modo corretto di costruire una relazione.

Poi, durante il mio percorso di formazione, qualcosa ha iniziato a cambiare. Mi sono resa conto che ero concentrata soprattutto su ciò che volevo ottenere dal cane e molto meno su ciò che il cane stava vivendo. Guardavo il comportamento, ma raramente mi fermavo a chiedermi che cosa ci fosse dietro.

Ho iniziato a capire che ogni comportamento è il risultato di qualcosa di molto più profondo. Un’emozione, un’esperienza passata, uno stato fisico, un dubbio, un bisogno. Quello che vediamo è solo la parte più evidente di un processo molto più complesso. E se ci fermiamo alla superficie rischiamo di correggere il comportamento senza averne mai compreso il significato.

Così è cambiata anche la domanda che mi facevo. Non più: “Come faccio a fargli fare questa cosa?” Ma: “Che cosa sta succedendo dentro di lui, in questo momento?”

Può sembrare una sfumatura, ma non lo è. Perché nel primo caso il centro della relazione siamo noi e il nostro obiettivo. Nel secondo, invece, iniziamo a fare spazio anche all’altro. Cominciamo a guardare il cane non solo per quello che fa, ma per quello che vive. Ed è lì che mi sono resa conto di quanto pesino le nostre aspettative.

Spesso immaginiamo che ogni cane possa imparare qualsiasi cosa, purché troviamo il metodo giusto. Quando questo non accade, tendiamo a pensare che il problema sia lui: è testardo, poco collaborativo, poco motivato. Eppure, forse, la domanda dovrebbe essere un’altra: stiamo davvero tenendo conto di chi abbiamo davanti?

Ogni cane porta con sé una storia unica. Ha vissuto esperienze diverse, ha costruito strategie diverse, prova emozioni diverse e affronta il mondo con una sensibilità tutta sua. Ignorare questo significa rinunciare a comprendere davvero l’individuo con cui stiamo condividendo la vita.

Per me è stato questo il cambiamento più importante: capire che la relazione non nasce quando il cane fa ciò che gli chiediamo, ma quando iniziamo ad ascoltare anche quello che lui sta dicendo a noi.

Da quel momento la comunicazione ha smesso di essere un monologo. È diventata una conversazione.

Una conversazione fatta di osservazione, di ascolto, di piccoli segnali, di adattamenti reciproci. Ho capito che non basta trasmettere informazioni: bisogna anche essere disponibili a lasciarsi cambiare da ciò che l’altro ci restituisce. È una prospettiva completamente diversa.

Non significa rinunciare a insegnare, né lasciare che il cane faccia semplicemente ciò che vuole. Significa costruire insieme un percorso in cui entrambi partecipano alla relazione. Significa accompagnarlo invece di trascinarlo, comprenderlo prima di correggerlo, creare collaborazione invece di limitarsi a ottenere obbedienza.

Oggi, quando mi trovo davanti a un cane, mi interessa molto meno chiedermi cosa sa fare. Mi interessa capire chi è. Perché ogni volta che riesco a guardare il mondo, anche solo per un istante, dal suo punto di vista, succede qualcosa di straordinario: cambia anche il mio.

E forse è proprio questo il regalo più grande che mi ha lasciato questo percorso. Non una tecnica in più. Non uno strumento da aggiungere alla cassetta degli attrezzi. Uno sguardo nuovo.

Perché, alla fine, credo che la relazione con un cane inizi davvero nel momento in cui smettiamo di chiederci come insegnargli qualcosa e iniziamo a domandarci che cosa possiamo imparare da lui.

Sabina e Molly :)

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